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Anatocismo-Sentenza cassazione n° 2374 del 16-03-1999

Anatocismo bancario Suprema Corte di Cassazione

E’ la prima sentenza della Cassazione che condanna la pratica della capitalizzazione degli interessi meglio conosciuta con il nome di Anatocismo art .1283 del c.c

Questa è la prima sentenza dopo decenni di irregolare applicazione delle banche d’ interessi anatocistici a dichiarare illegittima tale prassi. Infatti come cita correttamente l’ art 1283 del c.c. tale prassi è permessa solo ed esclusivamente in alcuni casi previsti per legge che nulla hanno a che vedere con quanto applicato fino ad oggi dalle banche.

I passaggi chiave della sentenza che pubblichiamo integralmente si possono così evidenziare.

 

E’ nulla la previsione contenuta nei contratti di conto corrente bancario, avente a oggetto la capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dal cliente – tanto più nel caso di contratti stipulati dopo l’entrata in vigore dell’articolo 4 della legge 17 febbraio 1992 n. 154 che vieta le clausole contrattuali di rinvio agli usi – giacché essa si basa su di un mero uso negoziale e non su di una vera e propria norma consuetudinaria e interviene anteriormente alla scadenza degli interessi.

il tradizionale orientamento (sull’interpretazione dell’art. 1283 c.c.) deve essere rivisto, anche alla luce delle obiezioni sollevate da una parte della dottrina e della giurisprudenza di merito, in quanto l’esistenza di un uso normativo idoneo a derogare ai limiti di ammissibilità dell’anatocismo previsti dalla legge appare più oggetto di una affermazione, basata su un incontrollabile dato di comune esperienza, che di una convincente dimostrazione.

gli interessi scaduti non possono produrre altri interessi ogni trimestre: al contrario di quanto sostenuto dagli istituti di credito non esiste un uso normativo che autorizzi il c.d. anatocismo al di fuori dei limiti imposti dalla legge. E’ quindi nulla l’eventuale clausola inserita dalla banca nel contratto e fatta sottoscrivere al cliente.

 

 

Dopo tale sentenza per mettere un argine ai ricorsi e ai rimborsi dovuti dalle banche è stata emanata la delibera CICR il 9 febbraio del 2000

 

 

 

 

Sentenza

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. Alfredo ROCCHI – Presidente –

” Giammarco CAPPUCCIO – Consigliere –

” Mario Rosario MORELLI – ”

” Giuseppe SALMÉ – Rel. ”

” Stefano BENINI – ”

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sul ricorso proposto

da

AVV. BEHARE SAMI, con studio in Milano, via Buonarroti 9, domiciliato presso la cancelleria

della Corte di cassazione, in giudizio di persona,

ricorrente

contro

BANCO DI NAPOLI s.p.a, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliata in Roma, via della Scrofa 117, presso l’Avv. Lucio Ghia che la rappresenta e difende per

procura speciale a margine del controricorso,

controricorrente

avverso la sentenza della corte d’appello di Milano del 4 aprile 1995.

Sentita la relazione del cons. Giuseppe Salmé alla pubblica udienza del 20 maggio 1998;

sentito l’avv. Ghia, per la controricorrente, che ha chiesto il rigetto del ricorso;

sentito il p.m. in persona del sost. proc. gen. Dott. Vincenzo Gambardella che ha concluso

chiedendo il rigetto del primo motivo e l’accoglimento del secondo.

Svolgimento del processo

Con atto di citazione del 5 luglio 1988 Sami Behare ha proposto opposizione avverso il decreto con

il quale il presidente del tribunale di Milano gli ha ingiunto il pagamento di L. 22.143.185 in favore

della filiale di Milano del Banco di Napoli, in relazione a uno scoperto di conto corrente di pari

importo. L’opponente ha sostenuto che la revoca dell’apertura di credito gli era stata comunicata

solo dopo la notifica del decreto ingiuntivo, che non era dovuta la somma richiesta e che,

comunque, era illegittima la richiesta di interessi in misura superiore a quella pattuita.

Con sentenza del 16 settembre 1991 il tribunale di Milano ha respinto l’opposizione e tale decisione

è stata confermata dalla corte d’appello di Milano.

La corte territoriale, limitatamente a quanto in questa sede ancora rileva, ha rigettato l’eccezione di

nullità della sentenza impugnata, fondata sulla pretesa mancanza di sottoscrizione del presidente,

rilevando che in calce alla sentenza stessa, oltre alla firma dell’estensore, risultava apposta altra

firma illeggibile che, in difetto di altri elementi, doveva essere attribuita al presidente.

Quanto alla dedotta nullità della clausola del contratto di conto corrente relativa alla

capitalizzazione trimestrale degli interessi scaduti, la corte territoriale ha affermato che nei rapporti

tra istituti di credito e clienti l’anatocismo è applicato secondo un uso normativo che autorizza la

deroga a tutte le condizioni elencate nell’art. art. (*) 1283 c.c..

33Avverso (*) la sentenza della corte d’appello di Milano ha proposto ricorso per cassazione

fondato su due motivi il Benhare (*) . Resiste con controricorso il Banco di Napoli. Entrambe le

parti hanno presentato memorie

Motivi della decisione

1) Con il primo motivo, deducendo la violazione dell’art. 132 c.p.c., il ricorrente afferma che la

sottoscrizione della sentenza, diversa da quella del giudice estensore, non sarebbe illeggibile, come

sostenuto nella sentenza impugnata, perché, quanto meno, sarebbero individuabili le prime due

lettere “M” e “G”, che corrispondono alle iniziali del giudice a latere e sono incompatibili con il

nome del presidente, di cui non è stato attestato l’adempimento.

Il motivo non è fondato.

La sentenza impugnata ha accertato che in calce alla sentenza di primo grado risultano apposte due

firme: una del giudice estensore e un’altra illeggibile. La firma illeggibile, ha aggiunto la corte

territoriale, in difetto di altri elementi, deve attribuirsi al presidente del collegio giudicante.

Il ricorrente contesta che la seconda sottoscrizione sia illeggibile, affermando che sono individuabili

nel tratto grafico due lettere, ma l’affermazione non può condividersi, perché la sigla non consente,

di per sé, l’individuazione del sottoscrittore. Ora, premesso che l’accertata illeggibilità della

sottoscrizione non comporta difetto di sottoscrizione, quando la stessa non impedisca, sia pure sulla

base di ulteriori elementi risultanti dalla sentenza, l’individuazione del giudice che l’ha pronunciata

(Cass., n. 943/95, 9446/1993, 5635/1990), deve ritenersi che nella specie l’attribuzione della sigla al

presidente del collegio, alla quale è pervenuta la sentenza impugnata, sulla base di una presunzione,

non può essere vinta dai rilievi formulati in questa sede del ricorrente, perché la valutazione di tali

rilievi implicherebbe un accertamento di fatto estraneo nell’ambito di questo giudizio di legittimità

2. 1. Con il secondo motivo il ricorrente, deducendo l’erronea interpretazione dell’art. 1283 c.c.,

lamenta che sia stata ritenuta legittima l’applicazione dell’anatocismo, nella forma della

capitalizzazione trimestrale degli interessi maturati a suo carico. Secondo il ricorrente, anche in

presenza di usi contrari, gli interessi anatocistici non sarebbero “in ogni caso” dovuti per un periodo

superiore ai sei mesi, perché l’art. 1283 c.c. è norma imperativa e non dispositiva. Comunque, la

prassi bancaria della capitalizzazione trimestrale degli interessi anatocistici non sarebbe basata su

un uso normativo, ma su un semplice uso negoziale, mancando nel cliente la convinzione di

adempiere a un obbligo giuridico ed essendo invece diffusa la convinzione che si tratti di clausola

vessatoria imposta dal cartello bancario.

2. 2. Il motivo è fondato.

Ha carattere logicamente preliminare il secondo profilo, in quanto se dovesse condividersi la tesi

secondo cui l’uso bancario della capitalizzazione trimestrale degli interessi a carico del cliente ha

natura negoziale e non normativa, rimarrebbe assorbita la questione relativa ai limiti temporali di

operatività dell’anatocismo.

L’art. 1283 c.c., in conformità con una tradizione legislativa risalente alla codificazione

napoleonica, supera l’antico divieto, di origine cristiano – giustinianea, e ammette l’anatocismo a

determinate condizioni.

La disposizione, che pacificamente è ritenuta di carattere imperativo e di natura eccezionale,

contiene due norme: con la prima si limita la possibilità che interessi scaduti possano produrre

ulteriori interessi alla sola ipotesi di interessi dovuti per almeno un semestre, con la seconda la

produzione di ulteriori interessi è subordinata alla proposizione di una domanda giudiziale (che ne

determina anche la decorrenza) ovvero al perfezionamento di una convenzione successiva alla

scadenza degli interessi stessi.

Le finalità della norma sono state identificate, da una parte, nella esigenza di prevenire il pericolo di

fenomeni usurari, e, dall’altra, nell’intento di consentire al debitore di rendersi conto del rischio dei

maggiori costi che comporta il protrarsi dell’inadempimento (onere della domanda giudiziale) e,

comunque, di calcolare, al momento di sottoscrivere l’apposita convenzione, l’esatto ammontare del

suo debito. Richiedendo che l’apposita convenzione sia successiva alla scadenza degli interessi, il

legislatore mira anche ad evitare che l’accettazione della clausola anatocistica possa essere utilizzata

come condizione che il debitore deve necessariamente accettare per potere accedere al credito.

Finalità, va anche detto, che lungi dall’apparire anacronistiche, per quanto riguarda gli intenti

antiusurari, sono di grandissima attualità, perché la lotta all’usura ha trovato in tempi recenti nuove

motivazioni e nuovi impulsi e ha portato all’approvazione della legge 7 marzo 1996, n. 108, che ha

radicalmente innovato la disciplina preesistente, rendendo più agevole l’applicazione delle sanzioni

penali e civili (con la modifica del secondo comma dell’art. 1815 c.c.) anche con l’introduzione di

un meccanismo semplificato di accertamento della natura usuraria degli interessi, consistente nel

mero superamento obiettivo di un tasso – soglia determinato dal Ministro del tesoro per ogni

trimestre. Ora, pur rimanendo nei limiti del tasso – soglia, le conseguenze economiche sono diverse

a secondo che sulla somma capitale si applichino gli interessi semplici o quelli composti. È stato,

infatti, osservato che, una somma di denaro concessa a mutuo al tasso annuo del cinque per cento si

raddoppia in venti anni, mentre con la capitalizzazione degli interessi la stessa somma si raddoppia

in circa quattordici anni.

2. 3. Nonostante l’evidente rilievo economico e sociale delle finalità perseguite dalla disciplina

limitativa dell’anatocismo, la disposizione ammette tuttavia la possibilità di deroga da parte di usi

contrari.

Ora, con un orientamento giurisprudenziale che ha avuto inizio con la sentenza n. 6631 del 1981

(secondo la quale “nel campo delle relazioni tra istituti di credito e clienti, in tutte le operazioni di

dare e avere, l’anatocismo trova generale applicazione, in quanto sia le banche sia i clienti chiedono

e riconoscono – nel vario atteggiarsi dei singoli rapporti attivi e passivi che possono in concreto

realizzarsi – come legittima la pretesa degli interessi da conteggiarsi alla scadenza non solo

sull’originario importo della somma versata, ma sugli interessi da questo prodotti e ciò anche a

prescindere dai requisiti richiesti dall’art. 1283 c.c.”), questa Corte ha ripetutamente affermato

l’esistenza di uso normativo che consente di derogare, nei rapporti tra banche e clienti, secondo la

stessa volontà del legislatore, ai limiti posti all’applicazione dell’anatocismo (v. in senso conforme

cass. n. 5409/83, 4920/87, 3804/88, 2644/89, 7571/92, 9227/95, 3296/97, che si limitano a

richiamare i precedenti, senza aggiungere proprie argomentazioni).

Ritiene tuttavia la Corte che il tradizionale orientamento debba essere rivisto, anche alla luce delle

obiezioni sollevate da una parte della dottrina e della giurisprudenza di merito, in quanto l’esistenza

di un uso normativo idoneo a derogare ai limiti di ammissibilità dell’anatocismo previsti dalla legge

appare più oggetto di una affermazione, basata su un incontrollabile dato di comune esperienza, che

di una convincente dimostrazione.

2. 4 Un primo rilievo, non estraneo, peraltro, allo stesso orientamento che viene ora sottoposto a

revisione critica, deve essere fatto. Gli “usi contrari”, ai quali il legislatore fa riferimento , sono i

veri e propri usi normativi, di cui gli articoli 1, 4 e 8 delle disp. prel. al c.c che, secondo la

consolidata nozione, consistono nella ripetizione generale, uniforme, costante, frequente e pubblica

di un determinato comportamento (usus), accompagnato dalla convinzione che si tratti di

comportamento (non dipendente da un mero arbitrio soggettivo ma) giuridicamente obbligatorio, e

cioé conforme a una norma che già esiste o che si ritiene debba far parte dell’ordinamento (opinio

juris ac necessitatis).

Agli usi normativi, che costituiscono fonte di diritto obbiettivo, come è noto, si contrappongono gli

usi negoziali, disciplinati dall’art. 1340 c.c., consistenti nella semplice reiterazione di

comportamenti ad opera delle parti di un rapporto contrattuale, indipendentemente non solo

dall’elemento psicologico, ma anche dalla ricorrenza del requisito della generalità. L’efficacia di

detti usi é limitata alla creazione di un precetto del regolamento contrattuale, che si inserisce nel

contratto salvo diversa volontà delle parti. Ancora diversi, infine, sono gli usi interpretativi (art.

1368 c.c.), consistenti nelle pratiche generalmente seguite nel luogo in cui è concluso il contratto o

ha sede l’impresa, che non hanno funzione di integrazione del regolamento contrattuale, ma

costituiscono soltanto uno strumento di chiarimento e di interpretazione della volontà delle parti

contraenti.

Consegue da quanto osservato che, in materia, non hanno, quindi, alcun rilievo, in quanto tali

(indipendente cioé dalla loro eventuale efficacia probatoria di un preesistente uso normativo

conforme, di cui si tratterà oltre), le cosiddette norme bancarie uniformi predisposte

dall’associazione di categoria (Associazione bancaria italiana – A.B.I.), che non hanno natura

normativa, ma solo pattizia, nel senso che si tratta di proposte di condizioni generali di contratto

indirizzate dall’associazione alle banche associate (la cui validità, peraltro, in relazione alla

disciplina comunitaria e interna della concorrenza, è stata di recente, per alcuni aspetti non

secondari, messa in discussione dalle autorità amministrative di vigilanza). Come tali, quindi, le c.d.

norme bancarie uniformi assumono rilevanza nel singolo rapporto contrattuale con il cliente in

quanto siano richiamate nel contratto stesso, secondo la disciplina dettata dagli articoli 1341 e 1342

c.c..

2. 5. L’indagine alla quale la Corte è chiamata non può, inoltre, essere limitata a rilevare se nei

rapporti tra banca e cliente esista un generico uso favorevole all’applicazione dell’anatocismo,

essendo evidente che la specifica e puntuale disciplina limitativa legale può essere sostituita, per

volontà del legislatore, solo da una normativa consuetudinaria altrettanto specifica e puntuale e non

da una generica prassi derogatoria, che, proprio a causa della sua genericità, non potrebbe mai

costituire fonte di diritto obbiettivo.

D’altra parte, se l’unico contenuto di una regola consuetudinaria fosse quello di ammettere

l’anatocismo nei rapporti tra banca e cliente, si tratterebbe di una regola inutile, in quanto puramente

ripetitiva della norma di legge, che, si ripete, non contiene un divieto assoluto, ma, all’opposto,

afferma l’ammissibilità dell’anatocismo, sia pure nei limiti della stessa norma indicati.

Lo specifico oggetto di indagine è, pertanto, come esattamente propone il ricorrente, l’esistenza o

non di una consuetudine in base al quale nei rapporti tra banca e cliente, gli interessi a carico del

cliente possano essere capitalizzati (e quindi possano produrre ulteriori interessi) ogni trimestre.

Ora, dall’orientamento giurisprudenziale richiamato, non emerge che questa Corte abbia in

precedenza affermato l’esistenza di una norma consuetudinaria di questa precisa portata, essendosi

limitata ad affermare, sulla base di un dato di comune esperienza, che l’anatocismo trova generale

applicazione nel campo delle relazioni tra istituti di credito e clienti.

Anzi, la dottrina formatasi nel vigore della disciplina anteriore all’entrata in vigore del nuovo

codice, anche sulla base della giurisprudenza dell’epoca, affermava che gli usi normativi in materia

commerciale, fatti salvi dall’art. 1232 del c.c. del 1865, erano nel senso che i conti correnti venivano

chiusi ad ogni semestre e che al momento della chiusura potevano essere capitalizzati gli interessi

scaduti. Inoltre, anche tra i primi e più autorevoli commentatori dell’art. 1283 del codice vigente, si

affermava che l’uso contrario richiamato da detta disposizione prevedeva che divenisse produttivo

di interessi solo il saldo annuale o semestrale del conto corrente.

Non v’é alcun elemento, quindi, che autorizzi a ritenere esistente, prima del 1942, un uso normativo

che autorizzava la capitalizzazione trimestrale degli interessi a carico del cliente di un istituto di

credito.

2. 6. È, comunque, decisivo un ulteriore rilievo, puntualmente messo in evidenza da una parte della

dottrina. La capitalizzazione trimestrale degli interessi scaduti a debito del cliente è stata prevista in

realtà per la prima volta dalle c.d. norme bancarie uniformi in materia di conto corrente di

corrispondenza e servizi connessi predisposti dall’ABI con effetto dal 1° gennaio 1952. La clausola

sei, dopo avere affermato che in via normale i rapporti di dare e avere sono regolati annualmente,

portando in conto (e cioé capitalizzando) gli interessi al 31 dicembre di ogni anno, disponeva che i

conti che risultino anche saltuariamente debitori dovevano essere regolati invece, in via normale.

ogni trimestre e con la stessa cadenza gli interessi scaduti producevano ulteriori interessi, al tasso da

determinarsi tenendo conto delle condizioni praticate usualmente dalle aziende di credito operanti

sulla piazza.

Non è stata mai accertata, invece, dalla Commissione speciale permanente presso il Ministero

dell’industria, ai sensi del d. Lg.vo del C.p.S., 27 gennaio 1947, n. 152 (modificato con la legge 13

marzo 1950, n. 115) l’esistenza di uso normativo generale contenuto corrispondente alla clausola di

cui si è detto. Tale uso generale è stato oggetto di accertamento e pubblicazioni in raccolte di natura

meramente privata.

Per quanto riguarda, inoltre, l’accertamento di usi locali da parte di alcune Camere di commercio

provinciali, ai sensi del combinato disposto degli artt. 34, 39-40 del r.d. 20 settembre 1934, n. 2011

e dell’art. 2, del d. Lg.vo luogoten. 21 settembre 1944, n. 315, deve rilevarsi che si tratta di

accertamenti avvenuti tutti in epoca successiva al 1952 e ciò esclude che, in concreto, possa essere

attribuita alla indicata clausola delle c.d. norme bancarie uniformi in vigore dal 1952 una funzione

probatoria di usi locali preesistenti. Peraltro, la presunzione derivante dall’inserimento nelle raccolte

delle camere di commercio, di cui all’art. 9 delle disp. prel. al c.c. riguarda l’esistenza dell’uso e non

anche la natura, normativa o negoziale. Anzi, in concreto, il rapporto temporale che è intercorso tra

la predisposizione delle c.d. norme bancarie uniformi in tema di conti correnti di corrispondenza e

le deliberazioni camerali con le quali sono stati accertati usi locali di contenuto corrispondente, può

autorizzare la presunzione che l’accertamento dell’uso locale, sia conseguenza del rilievo di prassi

negoziali conformi alle condizioni generali predisposte dall’ABI, prassi alle quali mai potrebbe

riconoscersi efficacia di fonti di diritto obbiettivo, se non altro per l’evidente difetto dell’elemento

soggettivo della consuetudine, potendo al massimo ritenersi che si possa trarre di clausole d’uso ai

sensi dell’art. 1340 c.c.. A conferma della fondatezza di tale presunzione può ricordarsi che nella

raccolta degli usi bancari curata dalla Camera di commercio di Firenze, edizione 1960, l’uso relativo

alla capitalizzazione trimestrale degli interessi a carico del cliente è espressamente definito come

uso negoziale.

Giova, peraltro, sottolineare che, comunque, nella specie la banca controricorrente non ha invocato

un uso normativo locale, ma un uso nazionale, che, in conformità con una parte della giurisprudenza

di merito e della dottrina, sulla base dei puntuali rilievi, storici e giuridici, ora sinteticamente

indicati, deve ritenersi inesistente.

2. 7. Infine, non appare irrilevante anche quanto può desumersi dalla concreta esperienza

giurisprudenziale e dalla dottrina più volte richiamata, circa l’elemento psicologico che si

accompagna al generalizzato inserimento nei concreti regolamenti contrattuali di clausole (la cui

validità, alla stregua dell’art. 1283 c.c. e in mancanza di un uso contrario, non potrebbe certo essere

data per scontata) conformi alle condizioni generali predisposte dall’ABI, che prevedono la

capitalizzazione trimestrale degli interessi a debito del cliente, mentre gli interessi a carico della

banca sono capitalizzati annualmente. Dalla comune esperienza, infatti, emerge che l’inserimento di

tali clausole è acconsentito da parte dei clienti non in quanto ritenute conformi a norme di diritto

oggettivo già esistenti o che sarebbe auspicabile che fossero esistenti nell’ordinamento, ma in

quanto comprese nei moduli predisposti dagli istituti di credito, in conformità con le direttive

dell’associazione di categoria, insuscettibili di negoziazione individuale e la cui sottoscrizione

costituisce al tempo stesso presupposto indefettibile per accedere ai servizi bancari.

Atteggiamento psicologico ben lontano da quella spontanea adesione a un precetto giuridico di cui,

sostanzialmente, consiste l’opinio juris ac necessitatis, se non altro per l’evidente disparità di

trattamento che la clausola stessa introduce tra interessi dovuti dalla banca e interessi dovuti dal

cliente.

Su questo aspetto soggettivo, peraltro, l’orientamento di questa Corte non aveva fatto alcuna

specifica considerazione, essendosi limitata ad osservare che sia le banche che i clienti chiedono e

riconoscono come “legittima” la pretesa degli interessi anatocistici.

Ma tale osservazione non è rilevante, perché la legittimità della pretesa della corresponsione degli

interessi anatocistici deriva direttamente dalla circostanza che il legislatore del ’42 non ha ripetuto

l’antico divieto ma, al contrario, ha ritenuto ammissibile l’anatocismo, sia pure nei limiti segnati

dall’art. 1283 c.c.. Il punto da decidere era, invece, di vedere se tali limiti erano superabili, per

l’esistenza di una norma di diritto obbiettivo consuetudinario di contenuto diverso, mentre su tale

aspetto il citato orientamento non esprime alcuna valutazione.

3) Sulla base dei rilievi formulati si deve, quindi, ritenere che la previsione contrattuale della

capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dal cliente, in quanto basata su un uso negoziale,

ma non su una vera e propria norma consuetudinaria è nulla, in quanto anteriore alla scadenza degli

interessi.

Un ulteriore ragione di invalidità della clausola, quanto meno per i contratti bancari stipulati dopo

l’entrata in vigore della legge, deriva inoltre dall’art. 4 della legge 17 febbraio 1992, n. 154 (trasfusa

poi nel t.u. delle leggi in materia bancaria e creditizia di cui al d. Lg. 1° settembre 1993, n. 385), che

vieta le clausole contrattuali di rinvio agli usi.

In accoglimento del secondo motivo la sentenza impugnata deve essere pertanto cassata, con rinvio

ad altra sezione della corte d’appello di Milano, che provvederà anche sulle spese di questo giudizio.

P. Q. M.

la Corte rigetta il primo motivo del ricorso, accoglie il secondo, cassa la sentenza impugnata e

rinvia ad altra sezione della corte d’appello di Milano, anche per le spese di questo giudizio.

Così deciso in Roma il 20 maggio 1998, nella camera di consiglio della prima sezione civile.

DEPOSITATA IN CANCELLERIA IL 16 MAR. 1999